De Biasi: “Vi racconto il calcio estero, dall’Albania all’Azerbaijan”

De Biasi: “Vi racconto il calcio estero, dall’Albania all’Azerbaijan”

In un’intervista esclusiva ai microfoni di coast2coastblog, l’allenatore Gianni De Biasi racconta un decennio di lavoro all’estero.

Dalla a di Albania alla A di azerbaijan

Nel 2011 Gianni De Biasi, allenatore con già numerosi anni di carriera alle spalle, divenne ufficialmente commissario tecnico dell’Albania. Fu l’inizio di una lunga ed emozionante cavalcata, capace di regalargli momenti magici con la selezione delle Aquile. Da allora, De Biasi non è più ritornato in Italia. Dopo l’Albania, una brevissima parentesi in Liga, all’Alavés. Oggi siede sulla panchina dell’Azerbaijan, con cui sogna di bissare l’exploit albanese.
Con lui abbiamo provato a stendere un bilancio senza filtri di questo decennio lontano dal calcio italiano, facendoci raccontare aneddoti e storie di mondi distanti dal nostro.

L’intervista

Partiamo da una riflessione sulla sua carriera, mister De Biasi. Negli ultimi dieci anni, lei ha deciso di lasciare l’Italia e dedicarsi completamente ad esperienze all’estero. Come mai questa scelta?

C’è una motivazione enorme: a me non va di essere preso in giro. Amo fare il mio mestiere, mantenendo un rapporto molto chiaro con la dirigenza ed entrando per quanto possibile nella costruzione della squadra. La mia ultima esperienza italiana, ad Udine, è durata circa due mesi (tra fine 2009 e inizio 2010, ndr.). Da lì ho capito che non posso più lavorare in Italia, dove manca serietà e regna un pressapochismo imbarazzante. Dopo un iniziale tentennamento ho accettato dunque l’offerta dell’Albania, che mi ha dato carta bianca. Devo dire di aver commesso un’altra ca**ata in seguito, andando all’Alavés in una situazione molto particolare. Anche lì ho rescisso il contratto dopo un paio di mesi”.

Parliamo dunque della sua prima esperienza da commissario tecnico. Con l’Albania ha raggiunto traguardi che hanno del miracoloso, qualificandosi alla fase finale di Euro2016 e riportando una clamorosa vittoria all’ultima partita del girone. Quali sono state le tappe cruciali di questo percorso?

Innanzitutto il rinnovo del mio contratto nel 2013. La federazione albanese aveva riconosciuto i buoni risultati dei miei primi due anni di lavoro, serviti sostanzialmente a rifondare il nucleo della nazionale. Poi c’è la vittoria in casa del Portogallo per 1-0. Lì capiamo che abbiamo fatto un’impresa straordinaria, quasi irripetibile. Abbiamo iniziato a credere al sogno. L’anno dopo vinciamo 3-0 in Armenia e strappiamo il pass per la qualificazione a Euro 2016.
Infine, l’esordio all’Europeo in Francia. Si gioca Albania A contro Albania B (ride). Noi con gli albanesi autentici contro la Svizzera piena di albanesi naturalizzati. Rimaniamo in dieci dopo pochissimo, andiamo in svantaggio ma perdiamo solo 0-1, buttando dalla finestra un’occasione gigantesca per pareggiare nel finale. Comunque, l’esperienza dell’Europeo fu un tripudio. Abbiamo avuto un seguito enorme, negli stadi vedevamo le muraglie di maglie rosse che riempivano gli spalti. Siamo arrivati al 22° posto nel ranking FIFA“.

Come spiegherebbe la differenza tra allenare un club e allenare una nazionale?

La differenza sta più che altro nel tempo che si ha a disposizione. Dopodiché, l’importante per un c.t. è dedicare molta attenzione al gruppo, ottimizzare i pochi allenamenti e ritrovi. Il giocatore deve sentirsi parte attiva del progetto. Deve amare la maglia della nazionale, tirare fuori tutto quello che ha. Gli albanesi sono molto attaccati alla bandiera e all’inno. Devo lavorare in questa direzione anche con l’Azerbaijan, servirà ancora un po’ di tempo”.

Arriviamo dunque al suo incarico attuale. La prima domanda in merito, purtroppo, non riguarda solo il calcio. Recentemente le cronache internazionali hanno riempito pagine sul sanguinoso conflitto azero-armeno, riesploso con forza quest’anno. Solo l’intervento russo sembra aver normalizzato la situazione, ma la tensione permane. Lei come ha vissuto questa situazione?

Questa è una guerra che dura da circa trent’anni. Io vivo a Baku e non la si percepisce direttamente. Si avvertono però tutti i risvolti conseguenti. Quando è stata firmata la tregua, io ero al primo giorno di ritiro con la squadra. Recandomi al centro di allenamento, ho incontrato gente in festa e caroselli con bandiere. Speriamo che questa tregua si mantenga il più possibile. Bisognerà valutare quanto sarà fattibile una convivenza tra armeni e azeri, e questo i giocatori lo avvertono sulla loro pelle”.

Torniamo invece in ambito prettamente calcistico. Del calcio azero, in Italia, si conosce davvero poco. Pertanto, ci illustri il suo Azerbaijan e dove può arrivare secondo lei.

È una squadra che ha poca esperienza internazionale. L’unico club che gioca regolarmente in Europa è il Qarabag, e da lì attingo a piene mani per costruire il nucleo del mio gruppo. Anche lì, però, ad alzare davvero il livello tecnico sono gli stranieri. In generale, ci sono otto squadre in serie A e nulla di più. Riesco a seguire tutte le partite senza problemi e a monitorare ogni singolo giocatore. Lavoriamo soprattutto per il futuro, con un occhio di riguardo agli under23. Ci sono elementi interessanti, ma devono fare esperienza a mie spese (ride). Ci serve più lucidità nei momenti decisivi. Contro Cipro, per esempio, abbiamo sprecato cinque palle gol nitide tirando ovunque meno che in porta. Sono robe che ti mandano fuori di testa, ma devi accettarle e lavorare sull’autostima dei giocatori. Per ora la federazione è molto contenta del percorso”.

Chiudiamo con un’ultima domanda. Un calciatore azero che si sentirebbe di segnalare?

A me piace tantissimo Krivocjuk. Difensore centrale mancino, classe ’98, di origini ucraine. Ha fisicità ed esplosività. Se riuscisse ad andare via dall’Azerbaijan, ne sentiremmo parlare”.

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