La storia della settimana: il calcio italiano nell’inferno di Mauthausen

La storia della settimana: il calcio italiano nell’inferno di Mauthausen

In occasione della Giornata Internazionale della Memoria, ricordiamo le storie di tre calciatori italiani che hanno subito gli orrori della deportazione a Mauthausen

Mauthausen: l’inferno in terra

Spiegare che cos’era Mauthausen è, ancora oggi, qualcosa di molto difficile. A lungo il nome ha indicato semplicemente una tranquilla cittadina nel nord dell’Austria, a una manciata di chilometri da Linz. Durante la Prima Guerra Mondiale, invece, ha ospitato un campo per prigionieri di guerra italiani, serbi e russi. È però a partire dal 1938 che Mauthausen diventò sinonimo di orrore, violenza e morte.

Proprio in quell’anno, infatti, si verificò l’Anschluss, ovvero l’annessione solo formalmente democratica dell’Austria alla Germania nazista. Da quel momento, Mauthausen divenne l’epicentro di una rete di campi di concentramento e di lavoro forzato estesa a tutto il territorio austriaco. Fu uno degli ingranaggi più efficienti della spietata macchina di sterminio del Terzo Reich.

Al lager di Mauthausen-Gusen erano destinati specificamente i prigionieri di guerra e gli oppositori politici giudicati come “irrecuperabili”, che bisognava “annientare fisicamente”. Tra questi rientrarono anche quegli italiani che si opposero prima al regime fascista e poi, a partire dal 1943, alla Repubblica di Salò.

Morire a Mauthausen

Per mantenere operativo e funzionale il campo, bisognava fare continuamente posto ai nuovi arrivi, che continuavano a crescere nel corso degli anni. Pertanto, il ciclo di vita massimo stimato per i detenuti era di tre mesi. Quando un prigioniero non poteva più lavorare, veniva ucciso e cremato.

Le camere a gas erano state teorizzate dai nazisti per procedere in maniera più efficiente allo sterminio di massa, ma anche per tutelare psicologicamente i soldati, fornendo loro un metodo indiretto e impersonale per uccidere. A Mauthausen non ci fu mai bisogno di ciò. Il direttore del campo Franz Ziereis volle tra le fila dei suoi dipendenti le SS più spietate. Chi si dimostrava riluttante di fronte alla crudeltà e alla violenza veniva indirizzato ad altri campi.

Per questo motivo, relativamente pochi morirono nelle piccole camere a gas di Mauthausen. Tanti persero la vita per via dei ritmi di lavoro estenuanti, altri vennero eliminati con iniezioni di benzina al cuore o finirono fucilati. L’elenco dei metodi di sterminio è tanto lungo quanto agghiacciante. Sappiamo per certo che uno dei modi meno disumani per morire a Mauthausen fosse il suicidio sul filo spinato elettrificato che circondava il campo. Tanti, ogni giorno, scelsero questa via di fuga rapida e indolore.

Carlo Castellani

Carlo Castellani ha scritto la storia del calcio ad Empoli. Tra gli anni Venti e Trenta ha giocato 145 partite con il club della città, segnando ben 61 gol. Solo Tavano e Maccarone hanno recentemente superato questo record di marcature, imbattuto per oltre settant’anni. Per le sue prestazioni in campo, ma anche per il suo impegno nel mantenere vivo il calcio cittadino durante gli anni di stenti della guerra, lo stadio di Empoli dal 1965 porta il suo nome.

Castellani, però, non ha mai potuto assistere a tale onorificenza. È morto ventuno anni prima, internato a Mauthausen. Non fu deportato per responsabilità sue: il padre David, antifascista convinto, aveva aderito ad uno sciopero generale sollevato dalla Resistenza nel marzo 1944, in seguito all’occupazione nazista dell’Italia. Presto i rastrellatori si presentarono a casa Castellani per chiedere conto delle azioni del padre. Carlo, convinto che si trattasse di colloqui di routine, chiese di poterlo sostituire perché malato. Il tutto, stando a quanto riportano le fonti disponibili, avvenne in tranquillità, anche perché le camicie nere che acconsentirono erano volti noti.  

Carlo morì come tutti pochi mesi dopo la deportazione, sfinito dalla fatica e gravemente ammalato di dissenteria. Se ne andò a soli trentacinque anni, età a cui al giorno d’oggi si gioca ancora a pallone.

Vittorio Staccione

A differenza di Carlo Castellani, Vittorio Staccione fu in prima persona militante antifascista. Di ruolo mediano, non fece mai mistero delle sue simpatie socialiste e le autorità di regime lo ostacolarono per questo. Francesco Veltri, che ha mirabilmente ricostruito e narrato la carriera di Staccione, ha osservato come a Cremona (dove giocò per un anno) il ras locale abbia vietato alle cronache sportive di riportarne addirittura il nome.

Il momento più alto della carriera del centrocampista fu senza dubbio la vittoria dello scudetto 1926-27 con la maglia del Torino. Il titolo fu però revocato dalla FIGC, allora sotto il controllo di Mussolini esattamente come ogni altra istituzione, per via dello scandalo di combine passato alla storia come caso Allemandi. Una sorta di triste presagio di quanto il fascismo avrebbe tolto alla vita di Staccione.

Abbandonato il calcio, Staccione trovò lavoro come operaio nella FIAT e in altre industrie del torinese. In fabbrica portò avanti l’opera clandestina di propaganda antifascista. L’OVRA, polizia segreta atta al controllo del dissenso, lo schedò e condivise le informazioni raccolte con le autorità naziste.

Nel 1944, in seguito al già citato sciopero generale, fu arrestato e deportato a Mauthausen come oppositore politico. Qui riuscì a sopravvivere per circa un anno, ma riportò gravi lesioni in seguito all’ennesimo pestaggio subito dalle guardie del lager. Privato di ogni cura, morì di cancrena. Pochi giorni dopo gli americani avrebbero liberato il campo.

Ferdinando Valletti

L’ultima storia che riporteremo è praticamente una testimonianza diretta. Sì, perché Ferdinando Valletti è sopravvissuto agli orrori di Mauthausen e ha potuto raccontare la sua tremenda esperienza. A salvarlo da morte certa, quella che toccava a praticamente tutti gli internati, è stato proprio il calcio.

A differenza di Staccione e Castellani, Valletti era un calciatore ancora in attività e all’apice della sua carriera al momento dell’arresto. Di ruolo mediano, dopo essersi fatto notare tra le giovanili dell’Hellas Verona e il Seregno Calcio, nel 1941 fu ingaggiato dal Milan. Qui, però, un grave infortunio personale e lo scoppio della guerra gli impedirono di fare il suo esordio ufficiale in maglia rossonera.

Anche Ferdinando aderì in prima persona allo sciopero antifascista del ’44, facendo volantinaggio per conto della Resistenza operaia. Tale impegno gli costò l’arresto: fu segnalato alle autorità repubblichine, che ne organizzarono la cattura e la deportazione a Mauthausen.

Nel lager austriaco patì le pene della fame, della fatica e della violenza dei carcerieri. Si ritrovò a pesare appena 39 chilogrammi, in linea con la media del campo. Un giorno però alcune SS, che cercavano calciatori per le loro partite anche tra le fila dei prigionieri, decisero di fargli un provino per la loro squadra. Per quanto deperito, Valletti conservava ancora un piede d’oro. Grazie alla sua bravura calcistica, riuscì ad ottenere mansioni meno usuranti e porzioni di rancio migliori.

In questo modo Ferdinando sopravvisse alla detenzione, riuscendo anche ad aiutare alcune figure con cui aveva familiarizzato all’interno del campo. Solo dopo molti anni dalla liberazione, però, riuscì a raccontare questa esperienza traumatica, affidando i suoi ricordi alla penna della figlia Manuela. Perché certi orrori non vanno dimenticati, ma devono rimanere ben vivi nella nostra Memoria.

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