La storia della settimana: Stalingrado, il calcio dopo la distruzione

La storia della settimana: Stalingrado, il calcio dopo la distruzione

La vittoria della resistenza sovietica a Stalingrado cambiò le sorti della Seconda Guerra Mondiale, ma lasciò una città ridotta in macerie. Scopriamo come il calcio riuscì a dare un contributo decisivo alla ricostruzione

La svolta di stalingrado

Il 2 febbraio 1943, dopo mesi di sanguinoso conflitto, le ultime truppe tedesche a Stalingrado (oggi Volgograd) dichiararono la resa definitiva. Si trattava della parola fine sulla lunga battaglia che aveva devastato la città, causando centinaia di migliaia di morti in entrambi gli schieramenti. La vittoria dei sovietici divenne il simbolo della disfatta nazista ad est. Di lì a poco, l’enorme Armata Rossa si sarebbe riversata sul territorio controllato da Hitler, travolgendone le armate.

Il calcio in guerra

Tra le truppe di difesa di Stalingrado, furono sicuramente presenti anche alcuni giocatori dell’allora Traktor, la principale squadra di calcio della città. Molti dei loro compagni, però, quando iniziò l’assedio tedesco vivevano già a Celjabinsk, distante più di 1600 km dal teatro di battaglia.

Non fu un atto di codardia da parte loro. Nel calcio socialista sovietico, ogni squadra era legata ad un apparato dello Stato, che aveva ormai inglobato ogni attività produttiva. Il Traktor, come si può intuire dal nome, rappresentava il settore di progettazione e costruzione di mezzi agricoli. Dopo l’attacco nazista nel 1941, questa industria, già da tempo riconvertita alla produzione di carri armati, era stata smantellata e trasferita ad est per tutelarne la sicurezza. Molti calciatori del Traktor, che formalmente erano operai specializzati e giocatori dilettanti (per quanto, in realtà, ben retribuiti anche per le loro prestazioni sportive), dovettero trasferirsi con il loro posto di lavoro.

Non era una prassi infrequente: spesso gli sportivi più in vista, a meno di atti eroici volontari o di situazioni di estrema necessità, venivano risparmiati dal fronte e impiegati nelle retrovie. Lo sport rimaneva praticato anche in contesti di guerra disperati, soprattutto per il suo effetto positivo sul morale della popolazione. Non è difficile credere che i membri della rosa del Traktor, club dai piazzamenti più che dignitosi negli ultimi campionati prima della guerra, avessero ricevuto un trattamento di favore in tal senso.

Ripartire dallo stadio

Il calcio fu centrale nel processo di ricostruzione della città di Stalingrado. Le autorità sovietiche puntavano forte sulla riorganizzazione della vita sportiva dopo il trauma della guerra. C’era però da fare i conti con le devastazioni del conflitto: i due principali stadi della città erano stati rasi al suolo dai bombardamenti e dagli scontri armati. Si decise dunque di riqualificare un campo nella periferia industriale. Il lavoro coinvolse centinaia di soldati e volontari, che si occuparono di sminare il terreno, colmare le buche e costruire gli spalti. Il risultato fu uno stadio “d’emergenza” più che dignitoso, capace di ospitare circa 3000 spettatori.

La ricostruzione di un impianto valido fu solo il primo passo per la rinascita sportiva della città. Gli studi di Mario Alessandro Curletto, storico molto interessato alle dinamiche del calcio in Unione Sovietica, hanno evidenziato l’importanza simbolica del primo evento sportivo organizzato nella Stalingrado liberata. Le istituzioni regionali decisero di programmare una partita di calcio di buon livello per celebrare le vacanze del Primo Maggio, festa socialista per eccellenza.

I contendenti

Chi avrebbe giocato questa partita? Una squadra, nemmeno c’è bisogno di specificarlo, doveva essere formata dai giocatori più in vista rimasti a Stalingrado. Essi furono riuniti sotto la comune bandiera della Dinamo Stalingrado, titolo appartenente ad una squadra minore della città. La dicitura Dinamo, la stessa che era attribuita alle ben più celebri squadre di Mosca e Kiev, era particolarmente gradita alle istituzioni. Indicava infatti un legame diretto con l’NKVD, il potentissimo dicastero per gli affari interni e la sicurezza.  

Serviva un avversario di livello per celebrare al meglio l’occasione. Per questo, le autorità regionali si rivolsero direttamente a Mosca. Il Comitato sportivo centrale decise di inviare a Stalingrado addirittura lo Spartak Mosca, squadra di punta del calcio sovietico. L’anno prima, lo Spartak aveva vinto sia il campionato che la coppa della capitale.

La preparazione dell’incontro

La scelta di inviare una squadra da Mosca a Stalingrado comportò un’ingente mobilitazione di mezzi e forze. Le due città distano circa 1000 km. Soprattutto, ai tempi bisognava attraversare la linea del fronte bellico. Pertanto, lo Spartak viaggiò su un volo scortato solo poche ore prima della partita.

Se ai rivali moscoviti mancò l’adeguato riposo prepartita, non andò certo meglio ai calciatori della Dinamo Stalingrado. I giocatori, in gran parte ex tesserati del Traktor, dovettero cercare i loro compagni per tutta la città distrutta dalla guerra, recuperare una forma fisica accettabile dopo aver patito la fame per mesi, riprendere confidenza con un pallone che non calciavano da tempo. Se già ciò può apparire un’ardua impresa, dobbiamo sottolineare che ebbero a malapena due settimane di tempo per prepararsi.

Dinamo-SPartak, vince… L’URSS

Nonostante le numerose difficoltà, la partita si disputò il 2 maggio 1943. Ciò che più colpì fu l’ampia partecipazione del pubblico: nonostante il campo distasse diversi chilometri dal centro di Stalingrado, le tribune provvisorie si dimostrarono decisamente insufficienti ad accogliere i circa 10mila spettatori che vollero presenziare a quel momento storico. Prima del fischio di inizio, i calciatori locali che avevano partecipato alla difesa della città ricevettero varie onorificenze militari.

In un simile clima di festa, il risultato dell’incontro sembra essere all’ultimo posto in ordine di importanza. Probabilmente è così, però anch’esso merita una menzione. Nonostante la bilancia della condizione tecnica e atletica pendesse decisamente a favore dello Spartak, la Dinamo riuscì ad imporsi per 1-0. Fondamentale fu il contributo del portiere della rappresentativa di Stalingrado, Vaasilij Ermasov. Il suo impegno nelle settimane precedenti rese possibile l’organizzazione della partita, i suoi guantoni la trasformarono in una vittoria memorabile.

A mente lucida e con un pizzico di cinismo, potremmo fare insinuazioni su quanto un “impronosticabile” successo della Dinamo fosse già stato messo in conto nel momento stesso in cui fu pianificato l’incontro, per evidenti ragioni propagandistiche. Rischieremmo tuttavia di perdere di vista il vero fulcro della questione. L’immagine che le autorità cittadine, e più in grande l’Unione Sovietica, riuscirono a trasmettere fu quella di una Stalingrado capace di superare le difficoltà e le devastazioni. Un quadro che non lasciò indifferenti nemmeno i cronisti esteri. La descrizione della partita data dal London Times pochi giorni dopo è emblematica: “Il secondo miracolo di Stalingrado”.

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