La storia della settimana: Fangio, il pilota rapito in nome di Castro

La storia della settimana: Fangio, il pilota rapito in nome di Castro

Vera e propria leggenda dell’automobilismo, Juan Manuel Fangio fu clamorosamente sequestrato dai castristi nel 1958, alla vigilia del Gran Premio di Cuba.

Chi era Fangio

Fangio, l’uomo che domava le macchine. Così si intitola un docufilm dedicato all’argentino Juan Manuel Fangio, uno dei migliori piloti di tutti i tempi, in azione negli anni Cinquanta. Il titolo, in effetti, è più che azzeccato. A quelle date, la Formula 1 era quanto di più simile ad un folle rodeo si potesse trovare nel panorama sportivo. Le misure di sicurezza erano praticamente inesistenti, gli incidenti fatali purtroppo all’ordine del giorno.

Lo stesso Fangio rimase ferito in più occasioni e arrivò anche a rischiare la vita, soprattutto nel 1955 a Le Mans. Ciò, però, non gli impedì di laurearsi campione del mondo per ben cinque volte, vincendo 24 Gran Premi sui 52 disputati in totale. I successi in Formula 1 e in altre gare automobilistiche lo resero una vera superstar dell’epoca.

I semi della rivoluzione cubana

La nostra storia si svolse a partire dal 23 febbraio 1958. Fangio, campione del mondo in carica, si trovava a Cuba per partecipare al Gran Premio dell’isola. Si trattava della seconda edizione della rassegna, voluta fortemente dal regime militare di Fulgencio Batista per dare un’immagine di normalità al paese di fronte al resto del mondo. La prima edizione, manco a dirla, l’aveva vinta proprio il pilota argentino.

Cuba, dietro la patina idilliaca costruita dalla dittatura, rivelava in realtà una profonda crisi sociale e politica. La svendita delle risorse e delle attività cubane ai vicini statunitensi aveva creato grande malcontento. Fidel Castro fu abile nel porsi a capo di queste pulsioni antistituzionali, organizzando una vera e propria guerriglia contro il regime Batista.

La guerriglia… in pista

Castro guidò l’azione militare, ma non trascurò un campo di battaglia altrettanto rilevante: la propaganda. Era necessario rivelare agli occhi del popolo cubano e dell’opinione pubblica internazionale la violenta fragilità della dittatura e l’eroica resistenza dei ribelli. Per questo motivo, bisognava sabotare il Gran Premio di Cuba, uno dei fiori all’occhiello del governo Batista.

Quale modo migliore per colpire la manifestazione sportiva, se non sottrarle uno dei partecipanti più noti e amati? Fangio fu dunque l’obiettivo designato. L’azione venne pianificata nei minimi dettagli, per evitare qualsiasi intralcio. Il pilota doveva essere sequestrato per impedirgli di partecipare al Gran Premio, ma non doveva essergli torto un capello. Ne andava della reputazione del movimento rivoluzionario.

La cattura

Ad eseguire il rapimento furono alcuni uomini di fiducia di Castro, appartenenti al Movimento del 26 Luglio. Tutto si svolse così velocemente e linearmente da non dare a Fangio nemmeno il tempo di capire cosa stesse accadendo. Uno dei rapitori lo avvicinò nell’albergo in cui alloggiava la notte prima della gara, intimandogli di essere armato e di seguirlo senza costringerlo a sparare. Il pilota, che di lucidità e di sangue freddo ne aveva da vendere, non oppose alcuna resistenza.

Il gruppo di sequestratori non bendò nemmeno Fangio. Semplicemente, lo fece salire su un’automobile nera e si dileguò nel traffico di L’Avana. L’argentino, dal canto suo, ebbe modo di capire fin da subito che la sua vita non era in pericolo. Addirittura, lungo il tragitto, la vettura si fermò in un quartiere popolare. Il conducente voleva far conoscere alla sua famiglia la leggenda dell’automobilismo che aveva appena rapito.

Le ricerche

Nel frattempo, la notizia del rapimento si era diffusa in tutto il mondo. I leader rivoluzionari, che avevano previsto e voluto questo sviluppo, si affrettarono a divulgare un comunicato chiaro e preciso: “Fangio è con noi, sta bene e sarà liberato dopo il Gran Premio”. Una notizia che rassicurò tutti, eccezion fatta per Batista. Il dittatore aveva subito la beffa proprio nel luogo che riteneva più saldamente sotto controllo, ovvero la sua capitale, e rischiava di vedersi rovinare la passerella sportiva.

Per questa ragione, la polizia cubana fu sguinzagliata ad ogni angolo della città al fine di ritrovare il pilota prima dell’ora X, quella dell’inizio della corsa. Si trattò di uno sforzo inutile. I ribelli cambiarono tre rifugi per sfuggire alle maglie del controllo poliziesco e vi riuscirono fino all’ultimo.

La tragedia del Gran Premio

La detenzione non si rivelò affatto traumatica per Fangio, come confermato da lui stesso in seguito. I rapitori, che in gran parte veneravano le sue gesta sportive, cercarono di mettergli a disposizione ogni confort possibile: un letto in cui riposare, del cibo e per rifocillarsi e della musica per passare il tempo. Addirittura, dotati di televisore, videro con lui il Gran Premio. Che, probabilmente, rappresentò l’atto più tragico dell’intera storia.

La corsa infatti si concluse dopo appena un quarto d’ora. Armando Garcia Cifuentes, alla guida di una Ferrari Testa Rossa, sbandò sulla folla. I morti furono 7, i feriti circa una quarantina, compreso lo stesso pilota. Un disastro immane, che scosse lo stesso Fangio. Se pochi minuti prima si era mostrato seccato per la mancata partecipazione alla rassegna, dopo il triste incidente quasi ringraziò i suoi rapitori per avergli risparmiato quell’orrore.

Finalmente libero

Con la conclusione prematura del Gran Premio, l’ultima questione da affrontare era quella della liberazione. I rivoluzionari temevano infatti che qualcuno potesse cercare di colpire Fangio, per poi scaricarne le colpe su di loro. Per accertarsi che tutto procedesse nel modo più sicuro, il Movimento del 26 Luglio prese contatto direttamente con l’ambasciata argentina.

Dopo meno di 30 ore dal suo sequestro, il pilota venne liberato. Arnol Rodriguez, il rapitore che lo accompagnò al luogo stabilito per il rilascio, ricordò in seguito la cordialità dei saluti. I due si strinsero la mano, dopodiché Rodriguez promise di reinvitarlo “quando la rivoluzione sarebbe stata compiuta.

Le prime parole da uomo libero di Fangio furono emblematiche di tutta la vicenda. Non provando alcun risentimento per quanto accaduto, dichiarò alla stampa internazionale: “Se ciò è stato fatto è per una buona causa, come argentino posso giustificare i miei rapitori”.

Cosa accadde dopo?

Questa storia sarebbe però incompleta, se non ne narrassimo gli sviluppi a margine. Fangio effettivamente fece ritorno a Cuba, seppur solo nel 1981, vent’anni dopo il compimento della rivoluzione castrista. Si recò sull’isola in seguito ad alcuni accordi commerciali del governo con Mercedes Benz-Argentina, di cui era divenuto presidente onorario. Ebbe modo di incontrare di nuovo dopo tanto tempo Arnol Rodriguez, che nel frattempo era divenuto ministro nel governo di Castro.

Nel 1991, per il suo ottantesimo compleanno, Fangio ricevette un telegramma di auguri dagli uomini del Movimento del 26 Luglio, firmato “i tuoi amici rapitori”. Quattro anni dopo, ormai gravemente malato e quasi incapace di parlare, vide per l’ultima volta nella sua vita Rodriguez, dimostrando di riconoscerlo ancora. Pochi mesi dopo quel toccante incontro sarebbe morto, stroncato da una crisi respiratoria.

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