Evoluzione della free agency NFL

Evoluzione della free agency NFL

L’evoluzione della free agency NFL ha vissuto uno sviluppo piuttosto lento. Il sistema odierno, che vede un traffico di giocatori tra le varie franchigie dal volume notevole, è di formazione piuttosto recente. Fino a tre decenni fa il movimento era assai limitato ed era tipico, per un giocatore, difendere sempre le stesse insegne lungo tutta la propria parabola professionistica. Oggi, ciò non è più così scontato, e i recenti sviluppi ci hanno regalato gli ennesimi restyling a livello di roster (qui gli accordi migliori del 2021 secondo noi, almeno per ora).

Vediamo sinteticamente come si è evoluto il mercato delle prestazioni sportive nella lega del pallone ovale a stelle e strisce

Le origini: La reserve rule

Dall’inizio della propria storia, nel 1920, fino al 1947, la NFL gestì la free agency mutuando dalla MLB la Reserve Rule. Grazie a essa, le squadre potevano rifirmare i loro atleti ai quali era scaduto il contratto, e con i quali non si era trovato un nuovo accordo, semplicemente prolungandone il precedente di un anno. Anzi, era permesso un taglio del 10% dello stipendio annuo (i più onerosi si attestavano attorno ai 5000$).

Un’operazione reiterabile all’infinito e che, come ben si comprende, impediva sia aumenti salariali che movimento dei giocatori. Questi, per cambiare franchigia, potevano solamente sperare di essere scambiati o che il proprio team non avesse intenzione di trattenerli. L’unica mossa dipendente dalla loro volontà era il ritiro e il rientro nella lega, dopo il tempo stabilito, nella speranza di potersi accasare in una nuova formazione.

La one year option rule

Il sistema illustrato subì una minima modifica con il rimpiazzo della Reserve Rule tramite la One Year Option Rule. Il prolungamento del contratto nei termini già visti poteva avvenire ora solo per un solo anno, al termine del quale i giocatori sarebbero divenuti teoricamente free agent. Nella pratica, però, ciò avvenne una sola volta.

Nel 1962 Raleigh Climon Owens, wide receiver dei San Francisco 49ers, sfruttò la nuova regola e si accasò ai Baltimore Colts. I californiani, infatti, avevano già esercitato su di lui l’opzione annuale nel ’61. L’evento, di portata storica, scatenò proteste da parte di Vic Morabito, proprietario dei 49ers. Si giunse, così, a una proposta di integrazione normativa, che l’associazione dei giocatori (NFLPA, formatasi nel ’56) accettò: nasceva la Rozelle Rule (1963).

La Rozelle rule

Chiamata così dal nome dell’allora Commissioner NFL, Pete Rozelle, introdusse una compensazione per la squadra che perdeva un uomo in free agency. Questa compensazione poteva essere composta da scelte al draft, denaro o giocatori ed era corrisposta dal team nel quale il free agent si accasava. Tutto ciò previo accordo tra le due società. Mancando esso, sarebbe intervenuto il Commissioner della NFL in persona a stabilire l’indennizzo. Tale decisione era discrezionale e in nessun modo appellabile. Il meccanismo può considerarsi un antenato delle compensatory pick odierne.

A scompaginare il sistema intervenne un tribunale ordinario. Nel 1972 John Mackey, ex giocatore alla guida della NFLPA, fece causa alla lega in merito alla Rozelle Rule. La corte, quattro anni più tardi, si pronunciò affermando che tale regola violava alcuni principi dello Sherman Act, legge antitrust degli USA. In particolare, rendeva difficoltosa la negoziazione ai club, toglieva potere contrattuale e possibilità di vendere le proprie prestazioni sul libero mercato agli atleti. Inoltre, la Rule non aveva un limite di durata e non permetteva alle squadre di sapere in anticipo le eventuali compensazioni, non essendovi un criterio certo.

Il Right of First Refusal

La vicenda giudiziaria portò a ulteriori cambiamenti nel 1977, adottati in concomitanza con il nuovo contratto collettivo: si introdusse il Right of First Refusal. Tale diritto consentiva alla squadra di provenienza del free agent di pareggiare in termini di compenso pecuniario le offerte contrattuali avanzate da altre squadre. Nei fatti, nascevano gli antenati dei restricted free agent.

Allo stesso tempo, si codificava l’impianto compensatorio del ’63, mettendo in relazione numero e qualità delle draft pick da corrispondere alla franchigia che aveva perso il free agent con gli anni di militanza nella lega e l’entità del nuovo contratto di questo.

La seconda metà degli anni Ottanta vide inasprirsi i rapporti tra la lega e i rappresentanti dei giocatori, con ripetuti procedimenti giudiziari intentati da questi verso la prima. Nel 1987 ebbe luogo anche uno sciopero, a cui le squadre ovviarono mandando in campo dei rimpiazzi. In questo clima, mancando un nuovo contratto collettivo, i proprietari introdussero un piano B l’anno successivo.

Questo piano B prevedeva l’applicabilità del Right of First Refusal e del connesso meccanismo compensatorio solamente a 37 giocatori per team sui 47 massimi che potevano comporre il roster. I restanti elementi, qualora il loro contratto fosse scaduto, sarebbero stati liberi di accordarsi con un’altra compagine. Si veniva a creare un primo e limitato flusso di unrestricted free agent, lontano parente della mole di movimenti odierna. Ovviamente, le squadre sceglievano di applicare il Right ai loro migliori uomini, restringendo il campo degli svincolati a profili di contorno.

Il sistema subì un colpo nel settembre 1992, quando un giudice distrettuale consentì a quattro giocatori restricted di mutare la propria condizione in unrestrictred per soli cinque giorni. Tanto fu sufficiente a tre di essi per indossare nuovi colori.

L’azione decisiva arrivò al principio del 1993.

La free agency moderna

Di quei mesi, infatti, fu il White Settlement, conseguente alla class-action capitanata da Reggie White, leggendario defensive end dei Philadelphia Eagles, che sarebbe passato ai Green Bay Packers di lì a poco. L’accordo fu inserito nel nuovo contratto collettivo e segnò l’inizio della free agency moderna.

Da quel momento, giocatori con almeno cinque anni nella lega (o quattro in caso di raggiungimento di determinati obiettivi), sarebbero automaticamente divenuti unrestricted free agent al termine del proprio contratto, liberi di trattare con qualsiasi franchigia. Di contro, oltre al mantenimento del regime di restricted free agent per gli altri atleti, si diede alle squadre la possibilità di applicare una franchise tag. Tramite essa si blocca un solo giocatore all’anno, e per una stagione solamente, indipendentemente dal suo status di restricted o unrestricted, riconoscendogli uno stipendio tarato sui cinque più onerosi in essere tra gli altri interpreti del suo stesso ruolo in campo.

Il nuovo accordo, infine, per bilanciare gli effetti di questa liberalizzazione, introdusse il salary cap dal 1994, un tetto al monte ingaggi annuale di ogni singola squadra, che varia di anno in anno. Ma questa è storia per un altro giorno.

Per approfondimenti: patriots.com, bleacherreport.com, frontofficenfl.com, si.com, nfl.com, youtube.com (video History of NFL free agency del canale Sports Experience Podcast, che offre una lettura della vicenda sottolineando il ruolo del cartello fatto dai proprietari e la debolezza della NFLPA).

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