La storia della settimana: Pietro Vierchowod, lo Zar più caparbio

La storia della settimana: Pietro Vierchowod, lo Zar più caparbio

Il 6 aprile 1959 nasceva Pietro Vierchowod, uno dei migliori difensori della storia del calcio italiano. Di lui si ricordano le indubbie qualità fisiche e tecniche, ma anche la sua incredibile mentalità.

Uno stopper insuperabile, parola di Diego

In un’ampia intervista rilasciata allo storico giornale sportivo El Gráfico, Diego Armando Maradona (non proprio uno qualsiasi…) ha indicato Pietro Vierchowod come avversario più ostico affrontato in carriera. A rendere insuperabile il roccioso stopper italiano, secondo lui, non erano tanto le doti nei contrasti e negli anticipi, bensì la caparbietà e la tenacia della sua marcatura. Qualità che gli sono valse addirittura l’appellativo di “Hulk”, rivoltogli dal Pibe in persona dopo l’ennesimo contrasto subito.

Insistere sulla forza caratteriale di Vierchowod non significa sminuirne le straordinarie doti tecniche e atletiche. Il dominio dello Zar (soprannome dovuto alle sue origini ucraine) è stato frutto anche della sua velocità, della sua incredibile elevazione e di una spiccata vena realizzativa. Tuttavia, si possono individuare almeno quattro momenti della sua carriera in cui la sua determinazione ha giocato un ruolo fondamentale.

I primi passi nel calcio

Il primo di questi momenti è l’esordio di Vierchowod nel calcio dei grandi. Lo Zar non lo raggiunge passando dal vivaio di una big o comunque di una squadra di Serie A, ma attraverso un’impegnativa gavetta nelle serie minori. In realtà l’occasione per saltare qualche tappa ci sarebbe stata: a quindici anni sostiene un provino per il Milan, ma alla fine gli scout rossoneri non vedono in lui quel qualcosa in più e decidono di scartarlo. Grave errore.

A Vierchowod, però, l’apprendistato non pesa. Dopo aver esordito in Serie D nella Romanese, a pochi chilometri di distanza dal piccolo comune di Calcinate che gli aveva dato i natali, viene immediatamente notato e ingaggiato dal Como. Sulla riva del lago Vierchowod si ferma dal 1976 al 1981, contribuendo alla doppia promozione dei lariani dalla C1 alla A e alla loro successiva salvezza nella massima categoria.

Il 1981 è anche l’anno della sua prima convocazione in Nazionale, a soli 22 anni. Bearzot lo schiera titolare nella sfida del Mundialito contro l’Olanda, terminata sull’1-1. Mai nessun altro italiano era riuscito o riuscirà a indossare la maglia azzurra durante la sua permanenza al Como. Niente male per un giocatore che nei cinque anni prima aveva scalato tutte le categorie minori del calcio nostrano.

La promessa di Mantovani

Le ottime prestazioni di Vierchowod destano l’interesse di diversi club italiani, interessati ad aggiudicarsi uno dei prospetti più cristallini del campionato. A bruciare la concorrenza nel 1981, però, è l’ambizioso Paolo Mantovani, che da un paio d’anni ha acquistato la Sampdoria e vuole costruire una squadra di livello assoluto. La sollecitudine del patron doriano nel blindare il giovane difensore è tale da creare un paradosso: la Sampdoria, ancora in B, non è ancora pronta ad accogliere un giocatore che ha già dimostrato di trovarsi a suo agio sui palcoscenici della Serie A.

Mantovani decide dunque di cedere Vierchowod in prestito alla Fiorentina. La scelta si rivela ottima per tutte le parti in causa: il difensore raggiunge una notevole maturità a Firenze, mentre la squadra viola riesce a blindare la sua difesa con il nuovo innesto. I toscani subiranno solo 17 gol in 30 partite, andando vicinissimi a vincere il campionato. A spuntarla di un solo punto, però, è la Juventus di Zoff, Scirea e Bettega.

Vierchowod, al termine della stagione, è profondamente deluso per la beffa finale e vorrebbe rimanere a Firenze almeno un altro anno per cercare la rivincita. Mantovani, uno che di calcio evidentemente ne capisce molto, gli promette di potersi rigiocare subito lo scudetto, ma stavolta lo manda in prestito a Roma, alla corte del Barone Liedholm.

In giallorosso Vierchowod dimostra ulteriormente la sua tempra, accettando l’ingrato compito di sobbarcarsi un buon 90% del lavoro difensivo della squadra. Del resto, ci vogliono spalle larghe per reggere il peso di una squadra votata all’attacco come la Roma di Liedholm, Pruzzo e Falcao. Lo Zar le ha, così come ha la velocità e la grinta per marcare i migliori centravanti del campionato. Alla fine il sacrificio paga: Vierchowod chiude l’anno senza segnare (quasi un evento per lui), ma vince il tanto agognato scudetto.

Il patto blucerchiato

Con il campionato 1982-83 va in archivio la prima fase della carriera di Vierchowod. La seconda, però, si rivelerà ancor più gloriosa. Mantovani nel frattempo ha riportato la Sampdoria in Serie A e ha intenzione di riscuotere con gli interessi l’investimento fatto sullo Zar. Non è l’unico giocatore dal futuro assicurato che approda in blucerchiato in questi anni. Tra gli altri, si possono citare ovviamente le due stelle offensive della Samp degli anni ‘80/’90: Gianluca Vialli e Roberto Mancini.

Già nel 1985 i doriani raccolgono i primi frutti del loro progetto. Il quarto posto raggiunto in campionato sarebbe già di per sé notevole. La vera impresa avviene però in Coppa Italia, dove i blucerchiati sconfiggono il Milan sia nella finale d’andata che in quella di ritorno e sollevano il primo trofeo della loro storia. Nell’estate dello stesso anno, per migliorare ulteriormente i risultati, Mantovani affida il timone della squadra a Vujadin Boskov.

Si arriva dunque così alla terza prova di carattere e di caparbietà di Vierchowod. Insieme agli altri senatori della squadra, lo Zar ratifica un accordo non scritto: nessuno avrebbe lasciato la squadra prima di portare lo scudetto a Genova. Data l’inscalfibile forza di volontà dello stopper, risulta quasi superfluo specificare che quel campionato lo vincerà davvero, nel 1991.

Lo Zar alla conquista della Champions

Lo scudetto rappresenta l’apice di un decennio abbondante di trionfi della Sampdoria di Paolo Mantovani (e, dopo la sua morte nel 1993, del figlio Enrico). Un’epoca d’oro per i blucerchiati, capaci di vincere per ben quattro volte la Coppa Italia e trionfare anche in Europa, sollevando la Coppa delle Coppe nel 1990. Solo un rimpianto affligge ancora oggi i liguri: la finale di Coppa dei Campioni del 1992. La Samp perde quella partita solo ai supplementari, trafitta mortalmente da una staffilata di Koeman su punizione (a dir poco dubbia).

Vierchowod, quel trauma, se lo porterà dietro anche per gli anni a venire. Il desiderio di rivincita lo spinge ad abbandonare Genova nel 1995, dopo ben dodici anni in blucerchiato e nonostante la fascia da capitano. Lo Zar passa dunque alla Juventus, con l’obiettivo dichiarato di vendicare quella maledetta finale. A loro volta, i bianconeri vedono nel roccioso stopper ormai 37enne quel concentrato di esperienza e tenacia necessari per fare il salto di qualità anche a livello europeo.

Ancora una volta, la determinazione di Vierchowod risulta un fattore decisivo. Il difensore bergamasco gioca meno in campionato, dove la Juventus cede lo scettro al Milan, ma è protagonista assoluto in Champions. Occupa il suo posto nel cuore della difesa anche a Roma, la sera del 22 maggio 1996, quando la squadra di Lippi sfida in finale l’Ajax di van Gaal.

La partita sembra stregata: dopo un iniziale botta e risposta firmato Ravanelli e Litmanen, i bianconeri creano tanto ma non concretizzano. La parità ai regolamentari fa affiorare alcuni brutti ricordi nella testa dello Zar, che non dimentica il drammatico epilogo di quattro anni prima. A differenza di allora, però, non bastano neppure i supplementari. Si va quindi ai rigori. Vierchowod non ha nemmeno bisogno di tirare il suo, perché dal dischetto i compagni non sbagliano e Peruzzi para ben due tiri.

Giustizia è fatta, lo Zar ha avuto la sua rivalsa e la Juventus è campione d’Europa per la seconda volta nella sua storia. Forse, per tornare ad esserlo, più che i Ronaldo le servirebbero i Vierchowod…

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