Alcune riflessioni dal Giro d’Italia 2021

Alcune riflessioni dal Giro d’Italia 2021

Conclusasi l’edizione 104 della corsa rosa, con la cronometro individuale di domenica 30 maggio da Senago a Milano, è tempo di tirare le somme. Di seguito, alcune riflessioni dal Giro d’Italia 2021, vinto da Egan Bernal davanti a Damiano Caruso e Simon Yates.

Tutti i premiati del Giro d’Italia 2021

Damiano caruso è un signore

La copertina è tutta per Bernal, ma vorremmo iniziare dalla vera sorpresa del Giro, Damiano Caruso. Il ragusano, partito come luogotenente di Mikel Landa, si è trovato a vestire inaspettatamente i panni del leader. Non un compito facile, perché il basco era partito forte e la squadra aveva grandi aspettative. A ciò si devono aggiungere le ulteriori perdite patite dalla Bahrain – Victorious, costretta a rinunciare in corso d’opera a Gino Mader e Matej Mohoric.

Caruso non si è abbattuto, si è rimboccato le maniche riciclandosi come capitano, vivendo la corsa giorno per giorno, dando sempre il massimo. Certamente, era conscio che non gli si chiedesse di vincere la corsa, anche perché la vita da gregario lo aveva disabituato alla vittoria, come raccontato a cyclingnews.com. L’occasione presentatasi, però, era troppo ghiotta per non crederci, per stare attaccato ai big con tutte le proprie forze.

La tappa migliore è stata senza dubbio sabato 29 maggio, che gli ha portato in dote la vittoria sull’Alpe Motta e la certezza del podio di Milano. La sua giornata da campione, soprattutto dal lato umano. Prima di sferrare l’attacco decisivo sulla salita finale, Caruso ha ringraziato il compagno Pello Bilbao, che gli aveva permesso di sganciarsi dal gruppo dei migliori in discesa e accodarsi all’azione di Bardet e del Team DSM. Una pacca sulla spalla, un gesto di riconoscenza da parte di chi sa cosa voglia dire lavorare per i successi altrui.

Damiano Caruso ha vissuto la propria giornata da campione, senza dimenticare la categoria dei mestieranti della quale fa parte. Un atto che gli vale la maglia rosa della signorilità.

Tappa 20, la vittoria di Damiano Caruso all’Alpe Motta

Joao Almeida è uomo da grandi giri

Non una sorpresa, ma una piacevole conferma. Il Giro 2021 ci lascia un Joao Almeida che può ambire a un grande giro, dopo l’exploit dello scorso anno, quando da outsider vestì la rosa per oltre due settimane, chiudendo ai piedi del podio.

Guardando ai freddi numeri, si penserebbe a un passo indietro, dato il passaggio dal quarto al sesto posto finale, ma un’analisi più attenta ci dice il contrario. Nel 2020 il portoghese partì molto forte, pagando sempre in salita rispetto ai primi nella settimana conclusiva. Completamente opposto il cammino di quest’anno, con la giornataccia di Sestola a metterlo subito fuori dai giochi, riducendolo a gregario di lusso per Evenepoel.

Il vero cambio di passo, però, c’è stato nella terza settimana, quella sofferta l’edizione passata. Sulle Alpi si è visto un Almeida volitivo, capace prima di andare all’attacco e poi di tenere le ruote dei migliori, riuscendo anche a staccare Bernal e Yates in più di un’occasione. Questo senza dimenticare le abilità sul passo, un plus non indifferente per chi ambisce alle corse a tappe.

Date le premesse e la giovane età (è un classe ’98), il lusitano sarà certamente un pezzo pregiato del prossimo ciclomercato.

Remco Evenepoel è uomo da grandi giri?

Remco Evenepoel è un fenomeno e il suo già ricco palmares lo dimostra. Come lo dimostra la sua prima settimana al Giro, al quale è arrivato senza un singolo giorno di gara nelle gambe dall’incidente del Lombardia 2020, nel ferragosto passato.

Un episodio in particolare è emblematico: lo sprint per il traguardo volante nella frazione di Foligno. Lì c’è tutta la sfrontatezza e l’ingenuità del ventenne che corre a sensazione, senza calcoli. C’è, però, anche l’inesperienza: è il Giro d’Italia, non la Tirreno – Adriatico, i giorni da affrontare sono più di venti, non sette o otto. Al belga è palesemente mancato il fondo, che si acquisisce con la partecipazione alle grandi corse a tappe. Su questo si sono innestati gli strascichi del famoso capitombolo, che hanno evocato vecchi fantasmi sullo sterrato e in discesa. Una nuova caduta e il distacco accumulato in classifica gli hanno consigliato la via del ritiro.

Questo suo primo grande giro ci lascia per l’ennesima volta la sensazione di essere davanti a un prodigio che scriverà la storia del ciclismo, almeno nelle brevi gare a tappe e nelle classiche. I crismi per una carriera alla Valverde, per fare un esempio, ci sono tutti. Saprà dire la sua anche nei giri di tre settimane? La corsa rosa non scioglie il dubbio. Sicuramente, l’obiettivo impellente rimane quello di cancellare definitivamente i brutti ricordi legati all’incidente. Per occuparsi del resto, ci sarà tempo.

Davide Formolo e Vincenzo Nibali non devono pensare alla classifica

Due ex campioni italiani che chiudono nei primi venti senza lasciare il segno, dopo averci provato nella tappa di Cortina. Questo il tratto che accomuna Formolo e Nibali, due atleti in fasi differenti della propria carriera posti davanti allo stesso dilemma: fare o no classifica?

Partiamo dal fuoriclasse siciliano, 36 anni e mezzo e pochissime stagioni ancora da correre. L’infortunio alla mano e l’obiettivo olimpico ne hanno condizionato l’approccio al Giro, segnato anche dalla sfortuna nelle cadute. Questa, forse, era l’ultima occasione per l’assalto alla rosa, anche se il canto del cigno pareva esserci già stato nello scorso ottobre. I suoi obiettivi futuri saranno quasi sicuramente le competizioni in linea, iniziando dai campionati nazionali, decisivi per la convocazione a cinque cerchi. In attesa di capire in quale formazione il messinese correrà e con quale ruolo. Si parla di Deceuninck o UAE, facendo da mentore a Evenepoel o Pogacar, o di un ritorno in Astana, dove potrebbe avere più spazio di manovra.

Discorso diverso per Formolo, che di primavere ne conta 28 e si appresta a entrare nel proprio prime. In un’intervista a bici.pro, si è detto deluso dal proprio Giro d’Italia, a sua detta l’ultima occasione per curare seriamente la classifica generale. In futuro, prosegue, sarà difficile partire con questa ambizione. A mio giudizio è una scelta corretta. Il veronese ha dimostrato già di poter dire la sua nella giornata singola, anche su palcoscenici importanti (secondo alla Liegi e alla Strade Bianche, primo in tappe al Giro e al Delfinato), risultando invece poco incisivo sulla lunga distanza (miglior piazzamento in generale il nono posto alla Vuelta 2016, a oltre 13′ dal vincitore Quintana).

Egan Bernal e Ineos Grenadiers, così non vale!

Egan Bernal è definibile, a buon diritto, il dominatore del Giro 104. Presosi di forza la rosa a Rocca di Cambio, non l’ha più svestita, controllando sempre la corsa e dando spettacolo nel tappone dolomitico (peccato non aver potuto vedere le immagini causa condizioni meteo avverse). Nei pochi momenti di debolezza, come in occasione dell’ascesa verso l’Alpe di Mera, ha goduto del sostegno della squadra, quella Ineos Grenadiers che raramente non si è dimostrata all’altezza della situazione, fin dai tempi in cui si chiamava Team Sky.

Un vero e proprio squadrone quello diretto in occasione della campagna italiana da Matteo Tosatto e Dario Cioni, capace di piazzare anche Daniel Martinez al quinto posto della generale. Castroviejo, Ganna, Moscon, Narvaez e Puccio sono stati impeccabili, anche alla luce della perdita dopo cinque tappe di Sivakov, che avrebbe dovuto essere l’alternativa a Bernal. Di fronte a una potenza di fuoco e a una compattezza del genere, gli avversari non possono che partire già scoraggiati. Il guaio, per questi, è che la probabile formazione del team britannico al Tour sarà ancora potenzialmente più forte, con nomi quali Carapaz, Thomas, Yates e Geoghegan Hart su tutti.

Dovesse la schiena di Bernal reggere e continuare lui il proprio connubio con la squadra di Dave Brailsford, è altamente ipotizzabile vederlo nel prossimo futuro fare incetta di grandi giri.

L’incoronazione di Egan Bernal all’ombra del Duomo di Milano

Olimpiadi, c’è speranza per l’Italia

Un’ultima riflessione che ci ha offerto il Giro riguarda le prossime olimpiadi giapponesi. Nota la forza di Ganna a cronometro, prospettive interessanti si schiudono a proposito della prova in linea. Oltre a Caruso, la corsa di casa Gazzetta ci ha consegnato due possibili protagonisti in maglia azzurra, Alberto Bettiol e Gianni Moscon.

Il toscano della EF si è tolto la soddisfazione di vincere a Stradella con un’azione di forza nel finale. Un successo che gli mancava dal Fiandre 2019 e giunto a coronamento di un Giro di spessore nel quale ha mostrato un’ottima gamba anche in alta montagna, a sostegno di Carthy (il quale, invece, ha un po’ deluso le attese).

Il trentino della Ineos, dal canto suo, è stato uno dei fondamentali ingranaggi della macchina perfetta al servizio della maglia rosa, mettendo in mostra il suo resistentissimo motore, adatto a qualsiasi tipo di percorso piano o vallonato.

A loro si aggiunge la nota lieta di Diego Ulissi, che pare aver superato alla grande i problemi cardiaci riscontrati a inizio stagione. Tutte ottime notizie per il ct Davide Cassani in vista della prova olimpica, per la quale sono in gioco anche Formolo, Nibali e Giulio Ciccone. L’abruzzese, partito benissimo nella prima settimana, si è un po’ spento col passare dei giorni, trovandosi costretto a dare forfait a causa di una caduta nella diciassettesima tappa.

Tokyo 2020. Percorso delle prove di ciclismo su strada
Profilo altimetrico delle prove olimpiche, in linea e a cronometro. Fonte: olympics.com

Questi alcuni degli spunti di riflessione che ci ha lasciato il Giro. Siete d’accordo con noi? Quali squadre o corridori vi hanno impressionato di più? Diteci la vostra nei commenti o sui profili social di Coast2coastblog.it.

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