Mr. Irrelevant: una storia dal Draft NFL

Mr. Irrelevant: una storia dal Draft NFL

Mr. Irrelevant, per definizione, è un signor nessuno. Un uomo apparentemente senza qualità, mediocre, incapace di distinguersi dalla massa. Tutto il contrario di ciò che, comunemente, si associa al Draft NFL.

chi è Mr. Irrelevant?

L’evento che ha preso il via questa notte a Cleveland, infatti, raduna il meglio del football universitario a stelle e strisce. Tra gli oltre duecento collegiali prossimi all’entrata nella lega della palla ovale, si annidano le future stelle della disciplina. Atleti destinati a vivere per un decennio e più sotto i riflettori, a essere idolatrati dai ragazzini, a entrare indelebilmente nel libro dei record. Di questi campioni annunciati abbiamo già avuto modo di parlare. La nostra redazione ci ha accompagnati con un’attenta analisi dei prospetti più interessanti, fino al mock draft del primo giro, svelato proprio ieri, alla vigilia dell’appuntamento.

La prima serata, però, è finita. La tensione si è leggermente abbassata. Questa notte si ricomincia con il secondo round e via di seguito con il terzo, fino al settimo che chiuderà le danze tra sabato e domenica, nel cuore della notte italiana. È da qui che volgiamo cominciare il nostro racconto, dagli ultimi rimasti, quelli ai quali il telefono in questi giorni non è mai squillato. O, se lo ha fatto, è stato solo per qualche messaggio di incoraggiamento dagli amici o dal coach dell’high school. Nessun general manager dall’altro lato della cornetta, ma una vecchia zia dura d’orecchie che chiede a che ore sarai in tv. Ormai ci si rassegna a non essere scelti, puntando a strappare un contratto come free agent.

Mr. Irrelevant, dicevamo. Sembra che ci siamo, abbiamo i nostri uomini. In realtà, qualcuno ci ha preceduti in questa ricerca. È Paul Salata, ultranovantenne californiano che al football ci ha giocato. Qualche lustro fa, quando di anni ne aveva solo cinquanta, ebbe un’idea rivoluzionaria, generando attenzione proprio sulla coda del draft.

Nascita di una tradizione

Salata, nativo di LA, giocò come wide receiver a South California University, prima di cimentarsi per un paio di anni nella NFL con i San Francisco 49ers e i Baltimore Colts. Nel 1950 questi, sua squadra dell’epoca, si sciolsero, rendendolo eleggibile per il draft del 1951, nel quale lo scelsero i Pittsburgh Steelers con la chiamata numero 118. I suoi giorni nella NFL, però, erano finiti, poiché mai debutterà con i gialloneri della steel city. Dopo una parentesi in Canada, passerà a fare altro nella vita, recitando anche nel mondo del cinema, per lo più da non accreditato, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta.

La svolta, dal nostro punto di vista, avviene nel 1976. Salata si inventa l’Irrelevant Week, una settimana dedicata a celebrare l’ultima scelta del draft, che di conseguenza assume il titolo di Mr. Irrelevant. La proposta piace alla lega, guidata all’epoca dal commissioner Pete Rozelle, e da lì prende avvio una tradizione tuttora rispettata, con il primo Mr. Irrelevant annunciato già il 9 aprile dello stesso anno. Il titolo va a Kelvin Kirk, wr da Dayton University, selezionato con la pick 487, l’ultima del diciassettesimo giro, dagli Steelers.

Paul Salata spiega l’origine del premio

Salata è stato fin da subito presente all’atto della chiamata, per celebrare il momento. Personalmente annuncia l’atleta scelto, consegnandogli una maglia da gioco della sua nuova squadra. Su di essa la dicitura Mr. Irrelevant e il numero corrispondente a quello dell’ultima pick del draft.

Annuncio del Mr. Irrelevant 2015, Gerald Christian

Irrelevant Week, tra divertimento e beneficenza

Il momento clou, la vera è propria settimana dedicata a questo signor nessuno, si tiene a inizio giugno. Mr. Irrelevant è invitato a trascorrere sette giorni a Newport Beach, California, in mezzo a ogni sorta di divertimenti. Alcuni esempi: gita a Disneyland, incontri con i media, regata nei pressi del porto di Newport, ospitata d’onore a un match di una delle due squadre losangeline impegnate in MLB. Ma non mancano richieste di poter vivere esperienze specifiche.

David Vobora, scelta conclusiva del draft 2008, volle visitare la casa di Playboy e riuscì anche a cenare con il patron del celebre magazine, Hugh Hefner. C’è chi ha, invece, preferito passare una serata in discoteca con Paris Hilton, incontrare un proprio idolo sportivo o visitare la California. Altri ancora, infine, hanno virato sul cibo, pasteggiando a volontà con le americanissime chicken wings o con del sushi.

Melanie Salata Fitch, figlia di Paul, ha raccontato a ESPN come la macchina della Irrelevant Week si metta in moto già la notte del draft. Da qualche anno, Melanie ha sostituito il padre nell’annuncio di Mr. Irrelevant e si premura subito di pianificare il futuro soggiorno del prescelto sulle coste del Pacifico. Non si può lasciare nulla al caso per un appuntamento che si è evoluto esponenzialmente dopo un inizio molto simile a una goliardata. Basti un aneddoto a rendere conto dello spirito originario. Kirk, il capostipite, ebbe problemi con l’aereo e arrivò in ritardo per la conferenza stampa inaugurale a Newport. Paul non fece una piega e spedì un macellaio del posto a rispondere alle domande davanti ai microfoni, sostituendolo nel bel mezzo della press conference con il vero Mr. Irrelevant, finalmente atterrato in California.

Prima delle attività di cui sopra, la guest star è inizialmente accolta da un party di benvenuto, in cui riceve moltissimi regali dai tifosi accorsi all’evento. Momento culminante è, però, la serata di gala, un banchetto che è anche l’occasione per la consegna del Lowsman Trophy. Un trofeo, parodia dell’Heisman Trophy riservato al miglior atleta collegiale, che ritrae un giocatore di football nell’atto di compiere un fumble, cioè perdere un pallone dalle mani.

Risulta chiaro come questa settimana di vera e propria vacanza abbia dei costi. Essi sono sostenibili grazie al supporto economico degli sponsor e alle donazioni di tantissimi sostenitori, oltre che al contributo di volontari da tutti gli Stati Uniti. E il lavoro dei Salata non si ferma qui, perché una parte degli introiti è devoluta in beneficenza. Il sito ufficiale della manifestazione afferma che oltre un milione di dollari è stato donato negli ultimi trent’anni in favore di svariate cause, dalle sanitarie alle sportive.

Un paio di regole

L’evento seppe imporsi molto velocemente e caricò di forte significato, anche mediatico, la figura di Mr. Irrelevant. Ancora ESPN riporta un episodio curioso, avvenuto nel ’79. I Los Angeles Rams, detentori della penultima scelta, volevano assolutamente scegliere per ultimi, in modo da godere della visibilità accordata a Mr. Irrelevant. Perciò, cedettero il turno ai Pittsburgh Steelers, i quali restituirono il “favore”, dando via a un rimpallo che sfociò in un’impasse. Dovette intervenire il commisioner Rozelle, che ristabilì l’ordine originario di chiamata con gli Steelers ultimi. Per ovviare al ripetersi di analoghe situazioni, fu introdotta la Salata Rule, che vietava di passare il turno di scelta con il solo scopo di accaparrarsi la chiamata finale del draft.

Una nuova regola se la dovette invece dare l’organizzazione del premio nel 2001. Quell’anno Mr. Irrelevant fu nominato Tevita Ofahengaue, tight end hawaiano nato a Tonga, che aveva frequentato il college a BYU, nello Utah. Invitato con la famiglia alla sette giorni d’onore, si presentò con oltre sessanta ospiti, creando non pochi problemi a chi di dovere, come ha ammesso lo stesso in un’intervista a Deseret News. Dal curioso incidente nacque la Ofahengaue Rule e la possibilità per Mr. Irrelevant di condividere la settimana di balocchi con un solo accompagnatore. Ovviamente, la regola non è ferrea e serve solamente a evitare nuovi inconvenienti.

Mr. (Ir)relevant

Quando Paul Salata ha pensato per la prima volta la Irrelevant Week, il motivo che lo spingeva era ben chiaro: premiare la tenacia, il duro lavoro, il focus sull’obiettivo. Mr. Irrelevant sarà, forse, davvero irrilevante, molti di essi non giocheranno mai nella lega, ma comunque ce l’hanno fatta. Essere selezionati da una franchigia è già di per sé motivo d’orgoglio, un traguardo che rende consapevoli delle proprie potenzialità. Come dimostrano le storie di chi ce l’ha fatta.

In tal senso, non si può non citare Ryan Succop, prodotto di South Carolina e Mr. Irrelevant 2009. Il kicker, chiamato alla numero 256 dai Kansas City Chiefs, ha all’attivo 182 presenze in regular season, suddivise tra Chiefs, Titans e Buccaneers, nelle quali ha mandato a segno 264 field goal e 390 extra point (fonte: Profootballreference). Numeri impressionanti, coronati dalla vittoria nel Super Bowl LV, lo scorso febbraio, che lo ha visto divenire il primo Mr. Irrelevant a giocare e vincere la partita che assegna il titolo. Nel trionfo dei suoi Buccaneers, ai danni proprio dei Chiefs, l’apporto di Succop non è mancato: 4/4 negli extra point e 1/1 da tre.

In precedenza, già Marty Moore, vincitore del Lowsman nel ’94, aveva giocato il Super Bowl XXXI per i New England Patriots, perdendolo. Cinque anni più tardi lo vincerà, ma senza mettere piede in campo, poiché infortunato. Un destino simile a quello di Jim Finn, irrelevant nel ’99, che figurerà nel roster dei Giants campioni della stagione 2007, senza, però, giocare un singolo minuto di quell’annata.

Tyrone McGriff, invece, fece parlare di sé sia per le sue prestazioni (fu inserito nella formazione ideale dei rookie nel 1980) che per essere stato l’unico a non partecipare all’Irrelevant Week a lui dedicata.

Anche l’ultimo a sentire il proprio nome annunciato al draft nel 2020, Tae Crowder, linebacker da Georgia, ha già lasciato il segno, confermando che il Mr. Irrelevant è tutt’altro che irrilevante. Questi, annunciato al draft dello scorso anno da uno dei funzionari capi della lega, Dawn Aponte, è sceso in campo undici volte con la maglia dei New York Giants. L’highlight della sua stagione è sicuramente il touchdown difensivo messo a referto alla giornata sei contro Washington. Curiosamente, Crowder ha recuperato l’ovale sfruttando un fumble del quarterback avversario: il simbolo dell’irrilevanza che si trasforma in occasione per mettersi in risalto.

Queste alcune storie di chi ce l’ha fatta, di chi è partito dal fondo e ha messo la propria firma nel libro della NFL. Uomini che hanno dato un senso all’iniziativa di Paul Salata, che con tenacia si sono aperti un varco tra le maglie della lega, che hanno compreso come il numero di pick sia solo un’etichetta.

Primo o ultimo non fa differenza, si è tutti sullo stesso campo, con il medesimo ovale. Anzi, gli ingressi principali possono giocare brutti scherzi con i loro red carpet, i flash dei fotografi, l’ammaliante notorietà. Sembra tutto perfetto, fino alle prime difficoltà, quando si delinea una storia già vista: le critiche sostituiscono gli elogi, si passa da next big thing a bust nello spazio di pochi weekend. Potrebbe essere vantaggioso, allora, l’ingresso nel professionismo dalla porta di servizio, in punta di piedi, passando prima da Newport Beach, tra una visita allo Staples Center e un giro di tavola sulle onde del Pacifico.

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