Partizan Bonola, il calcio popolare come aggregatore sociale

Partizan Bonola, il calcio popolare come aggregatore sociale

Bentornati gentili lettori e gentili lettrici! Oggi torniamo, nella rubrica sul calcio dilettantistico di Coast2CoastBlog, a parlarvi di un aspetto del calcio di provincia che, in particolare a chi vi scrive ma non solo, ci sta molto a cuore: il calcio popolare.

Di calcio popolare ve ne abbiamo già parlato (qui e qui) ed oggi vi portiamo l’intervista che abbiamo tenuto a Jacopo Nedbal, presidente del Partizan Bonola, squadra di calcio popolare della periferia di Milano.

Jacopo ci ha parlato di tantissime cose, dall’importanza che il rapporto con il quartiere rappresenta per loro al ruolo di aggregatore sociale, culturale e umano può essere una società calcistica che lavora in primo luogo per il territorio e i suoi cittadini.

Ma bando alle ciance, è il momento che lo leggiate con i vostri occhi. Quindi, come ogni settimana, buona lettura!

Come è organizzatO IL PARTIZAN BONOLA COME società sportiva?

“Noi rappresentiamo una particolarità nel quadro delle squadre di calcio popolare. Infatti, diversamente da tante altre, noi non abbiamo l’assemblea come apice decisionale della società, ma abbiamo un piccolo corpo dirigente da cui si diramano altre tre aree: una più burocratica, una legata alla comunicazione e alle attività non-calcistiche, e una sportiva. Queste poi sono a loro organizzate in gruppi di lavoro settoriali”.

Com’è nata l’idea di costruire una società di calcio popolare nella vostra realtà?

“Intorno al 2016-17, abbiamo creato un gruppo di ragazzi del quartiere per creare protagonismo popolare, con l’idea di attivare gli abitanti del quartiere. Ci siamo cosa serve al quartiere, e la risposta immediata è stata i centri di aggregazione, perché siamo il tipico quartiere-dormitorio milanese in cui la gente parte la mattina e torna la sera.

Dopo un annetto, ci siamo resi conto che stavamo sbagliando qualcosa, perché eravamo tutti laureati in un quartiere popolare di 60-80.000 abitanti. Perciò, dopo una piccola analisi, abbiamo deciso di puntare sul calcio che è uno degli sport più popolari che ci siano e quindi poteva essere lo strumento giusto per permettere alla gente di aggregarsi ed esprimersi.

Per noi l’espressione individuale attraverso lo sport è fondamentale. Il calcio è uno strumento di “espressione di massa” e non di “distrazione di massa” (come le religioni “oppio dei popoli” di Marx, N.d.A.) come dice qualcuno. Che poi questo avvenga attraverso il dare due calci al pallone o tifando poco cambia. E secondo noi questo è ciò che più manca alla periferia milanese, in cui il tipico abitante del quartiere ha una vita molto lineare, fatta del gruppetto di amici delle elementari, il baretto nel weekend, il lavoro appena finite le superiori, la macchina e la casa con il mutuo e basta (come nel celebre monologo di Trainspotting 1 e 2, N.d.A.). Una vita di provincia ma in città!

Quindi, abbiamo creato il Partizan Bonola, ovviamente con anti-razzismo e anti-fascismo come valori cardine, ma soprattutto con questo obiettivo in testa, cercando, in primis, di avvicinare i ragazzotti zarri di quartiere che, normalmente, non si sarebbero mai avvicinati a un certo ambiente, non perché non ne condividano i valori, ma perchè non capiscono le modalità organizzative. Ed abbiamo avuto successo, visto che adesso, solo ad iscritti siamo oltre i 100.”

Da qui come si è sviluppata la storia del Partizan BONOLA?

“Abbiamo iniziato nel 2017 partecipando al Campionato di Calcio Popolare di Calcio a sette organizzato da altre realtà milanesi come la nostra, e, poi, nel 2018, è nato ufficialmente il Partizan Bonola e ci siamo iscritti al torneo UISP a undici. Nello stesso anno, è nata anche la curva BRB (Bravi Ragazzi Bonola), e, alla fine dell’anno, anche la squadra femminile.

Nel 2019-20, quindi, abbiamo iscritto la squadra maschile a undici alla Terza Categoria FIGC, la femminile al torneo CSI a sette e abbiamo fondato una terza squadra maschile a sette. Abbiamo deciso di creare la seconda squadra maschile perché il nostro obiettivo è costruire una prima squadra vincente. Noi crediamo che questa forma di calcio senza padroni funzioni solo se si vince e noi vogliamo dimostrare che si può fare. Non vogliamo fare come molte altre società come la nostra che passano tutta la loro storia in Terza Categoria a languire, ma vogliamo raccogliere vittorie e far capire che vincere si può senza i padroni che aprono il portafoglio, ma anche con la forza e l’abnegazione dei cittadini di un quartiere.

Lo sport aperto a tutti per gli adulti maschi a Milano esiste (discorso diverso per femminile e giovanili). Se vuoi giocare in Terza, ci sono miriadi di squadre in cui puoi farlo senza spendere niente. Perciò non avevamo necessità di portare avanti quel calcio super-inclusivo tipico, anzi la realtà del nostro quartiere ci chiede altro. Noi non siamo un quartiere ad alta presenza migrante per cui non abbiamo barriere culturali da abbattere.

 E per ora la nostra esperienza è vincente: il campionato lo abbiamo vinto. Quest’anno abbiamo creato una squadra super-competitiva per la Seconda, perché tantissima gente fa la fila per venire a giocare da noi, perché se sei di Milano Ovest, non hai sfondato nel calcio e vuoi giocare, quando ti ricapita di giocare in una società competitiva e con un tifo da stadio come la nostra?”.

Come avete affrontato la pandemia?

“Appena è scoppiata la pandemia, ci siamo guardati intorno e, prendendo ispirazione dalle esperienze di altre società popolari in Italia, abbiamo deciso di intraprendere la raccolta alimentare per gli anziani soli del territorio. L’iniziativa è stata un successone, tanto che ci siamo spinti a coprire tutto il Municipio VIII che conta 160-180.000 abitanti. Abbiamo fatto circa trenta spese il giorno per sei giorni alla settimana, sommando alla fine più di 1000 spese in tutto.

Subito dopo ci siamo resi conto che l’emergenza sanitaria si era trasformata in emergenza economica, perché al centralino che avevamo creato, la gente non si rivolgeva più per fargli le spese, ma proprio per chiederci se gli compravamo da mangiare. Perciò, abbiamo iniziato a fare la raccolta alimentare grazie alle donazioni dei cittadini del quartiere, poi siamo stati aiutati da Emergency, e, adesso, stiamo continuando con Terre des Homme e altre associazioni del territorio, sfruttando un fondo della Fondazione Caripo. Adesso serviamo 120 famiglie se contiamo solo il Gallaratese e 200 famiglie se contiamo anche Quartoggiaro.”

Qual è il rapporto che per voi lega sport e politica?

“Noi non è che non facciamo politica (come potrebbe sembrare da ciò che ho detto prima), ma semplicemente la facciamo in modo diverso. Occuparsi del proprio territorio è fare politica, anzi, per me è la forma più alta di politica. Riuscire a impattare davvero, con forza, sul proprio quartiere e riuscire a dare qualcosa di concreto ai propri concittadini è fare politica, anzi è molto più politico di fare 700 seminari sui libri di teoria dedicati solo ai soliti noti.

Quindi, per noi, fare politica con lo sport è, in primis, creare aggregazione e ricostruire tessuto sociale. Creare un qualcosa che funga da alternativa all’andare al centro commerciale o in centro. Creare delle attività che rendano il territorio attrattivo e bello da vivere e da visitare. Deve essere bello vivere nel Gallaratese, e questa bellezza deve essere creata da chi quel quartiere lo vive”.

Da dove viene la scelta di chiamare la società Partizan?

“Un po’ per goliardia, ma anche per il legame con quei valori di anti-razzismo e anti-fascismo che ci contraddistinguono. Poi, a me, personalmente, attrae il calcio balcanico e l’idea di sport che si aveva nella ex-Jugoslavia. Infatti, là esisteva la polisportiva del territorio che fungeva in primo luogo da centro di aggregazione sociale e di educazione.”

Quanto è importante per voi avere un tifo così forte e caldo?

“Per noi il tifo è fondamentale. Per far parte del Partizan non devi per forza giocare. Stare sugli spalti è ugualmente importante. Poi, è bellissimo vedere come si creino situazioni per cui si hanno amici sugli spalti che tifano amici in campo. Poi la tifoserie ha partecipato a tutte le attività extra-calcistiche che abbiamo organizzato, tipo la seconda parte della raccolta alimentare.

In generale, noi ci teniamo molto. Secondo noi, uno dei grandi drammi del calcio moderno è l’allontanamento dei tifosi. I giocatori e gli allenatori vanno e vengono, mentre i tifosi restano e sono loro la vera anima della società”.

Che attività avete organizzato come Partizan BONOLA fuori dal campo?

“Oltre a quelle di epoca pandemica di cui abbiamo già parlato, un’altra attività a cui teniamo molto è quella di arte pubblica, cioè arte muraria di ispirazione e funzionalità pubblica. Ogni disegno che andiamo a fare su un muro non deve essere un graffito fine a se stesso, ma deve andare a raccontare una storia, deve andare a raccontare ciò che succede a noi e al quartiere. Poi l’aspetto estetico conta, ma è secondario rispetto all’obiettivo. Quello cui tengo di più, forse è quello che abbiamo creato a tema pandemia e volontariato. Abbiamo creato un form per tutti i volontari in cui chiedevamo di indicarci una parola, una frase e un oggetto che secondo loro rispecchiavano di più il momento e che avrebbero voluto sul muro, abbiamo raccolto tutte le loro suggestioni e l’abbiamo trasposta sul muro. Perciò, racconta la nostra attività dalle parole di chi le ha fatte.

Inoltre, abbiamo portato avanti altre attività, tipo Stare a Galla, che è il collettivo di cui ti parlavo prima. Abbiamo collaborato con tutte le associazioni che agiscono sul territorio, abbiamo dato una mano nell’organizzazione di tutte le feste e gli eventi di quartiere, abbiamo portato avanti varie attività sociali di supporto ai cittadini. In generale, cerchiamo di essere un punto di riferimento della comunità.

Gli abitanti del Gallaratese adesso sanno che se hanno un problema e ci contattano, probabilmente insieme troviamo una soluzione”.

Qual è il futuro che vedete davanti al Partizan Bonola?

“In primis, continuare a vincere. Noi vogliamo far vedere che anche con l’azionariato popolare si può vincere contro le squadre tenute insieme dai soldi grossi, per cui l’obiettivo è arrivare più in alto possibile, che sia Promozione, Eccellenza o anche di più.

Adesso una delle nostre grandi battaglie è di farci affidare un centro sportivo. Nell’era dagli stadi di proprietà e del calcio-business, bisogna ritornare a un calcio che sia collante sociale e strumento educativo e per farlo deve essere slegato dal profitto. Non si può pensare che a fare calcio siamo solo le società che riescono a fare utili, noi vogliamo il centro sportivo fatto dal comune che vada a servire i suoi cittadini.

L’anno prossimo creeremo la scuola calcio, una scuola calcio gratuita sotto un certo ISEE e a prezzi popolari, per permettere a tutti quanti di poter giocare a calcio. Lo sport è un diritto di tutti, anche se non è riconosciuto così da tutti, ed è un diritto violato. I costi sono esorbitanti e solo con grosse spese ci si può accedere. Per esempio, qui da noi, la più grande società giovanile è l’Accademia Inter, che occupa una superficie enorme che potrebbe servire tutto il quartiere, ma che non è orientata verso il quartiere perché le tasse d’iscrizione partono da 600 euro in su (tagliando fuori buona parte della popolazione locale) e se sei scarso stai in panchina fisso.

Mentre noi vogliamo assicurare il diritto allo sport per tutti”.

Eccoci alla fine di questa ennesima avventura insieme! Come ogni settimana vi ringrazio, v’invito a tornare anche settimana prossima nella rubrica sul calcio dilettantistico di Coast2CoastBlog e vi saluto.

Alla prossima!

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