A.S. Velasca, quando il calcio diventa un arte (globale)

A.S. Velasca, quando il calcio diventa un arte (globale)

Bentornate e bentornati gentili lettrici e lettori nella rubrica più glam e paparazzata di Coast2CoastBlog: la rubrica sul dilettantismo!

Questa settimana, dopo avervi portato nella difficile realtà di Librino alla scoperta del rugby popolare, torniamo a parlare del nostro sport prediletto, il calcio, ma in un ottica particolare.

Infatti, oggi, vi presentiamo la storia, attraverso le parole del suo direttore sportivo, del A.S. Velasca, squadra di calcio dilettantistico milanese molto particolare.

Perché particolare vi starete chiedendo? Ebbene, il Velasca è una squadra sui generis che, a partire dall’idea del calcio come arte, ha creato una realtà in cui i confini tra tela e pallone si sbiadiscono e confondono sempre di più fino a fondersi in un magnifico esperimento molto più che sportivo.

Ma bando alle ciance, immergiamoci nella storia del Velasca!

Buona lettura!

Qual è la storia del Velasca?

Una storia semplice: cinque amici che hanno non solo un sogno ma anche una visione: il calcio è una forma d’arte.

Con tempo, dedizione e fatica, ognuno di noi ha messo in campo le proprie idee e sensazioni e ci siamo organizzati. Inoltre, abbiamo una cosa non così consueta: siamo in armonia e le decisioni che vengono prese sono sempre condivise insieme.

Le difficoltà ci sono state, ma le abbiamo superate con grande abnegazione e ogni volta abbiamo davvero la sensazione che riusciremo ad arrivare dove ci siamo prefissi. Quando nel 2014 il mio amico Loris Mandelli (vicepresidente del club) mi ha chiesto se conoscessi un centro sportivo, gli chiesi perché e mi ha raccontato tutta la storia del progetto Velasca. Me ne sono appassionato subito e ho cominciato immediatamente farne parte. Ho conosciuto gli altri tre soci, dei pazzi visionari, e insieme abbiamo messo le basi per iniziare la nostra avventura.

Ognuno ha dei compiti precisi: qualcuno è più uomo di campo, qualcun altro più organizzatore.

Abbiamo sondato diversi centri sportivi, abbiamo scelto quello che faceva più al caso nostro e dopo sei anni siamo ancora li (alla Triestina)”.

Com’è nata e in che cosa consiste la partecipazione alla mostra “WHO DOESN’T JUMP UP! Football. Culture. Identity“?

“Il curatore della mostra, Matteo Balduzzi, seguiva da tempo il Velasca. Ha chiamato Wolfgang Natlacen, il presidente del club, e si sono subito messi d’accordo per esporre dei frammenti della nostra trasferta a Soweto, anch’essa nata dopo aver ricevuto un messaggio negli spam dal presidente del Soweto Stars F.C..

Per noi, la mostra “WHO DOESN’T JUMP UP! Football. Culture. Identity“ mette in evidenza il calcio che conta, cioè non quello sotto i riflettori ma quello che ha un’anima. Era importante per noi far vedere quello che abbiamo realizzato a Soweto con il Soweto Stars. Purtroppo in Italia se n’è parlato pochissimo quando all’estero se ne parla ancora e ancora.

Cosi abbiamo deciso di esporre le foto fatte dai nostri tesserati per il progetto Goal Click, due maglie autentiche scese in campo a Soweto e l’ultima del nostro attuale artista Kendell Geers”.

In che cosa consiste l’All Star Game?

“L’all star game è l’unico appuntamento nel nostro calendario dove tutte le nostre maglie sono esposte, o meglio, scendono in campo. Fino allo scorso anno, la squadra della stagione affrontava un mix che comprendeva nostri ex giocatori. Da quest’anno abbiamo invece fatto votare i tifosi per completare le due rose, che erano mixate tra ex e giocatori attuali.

L’idea è nata dall’all star game in stile NBA dove si uniscono sport e divertimento, grazie ai ragazzi che hanno contribuito a costruire la storia di questa società”.

Da dove nasce questa caratteristica di Internazionalità del Velasca?

Già di partenza siamo un gruppo internazionale. Tre soci sono fissi a Milano, tre sono fissi in Francia, uno (il presidente) che spazia e fa la spola. La nostra anima è internazionale già solo per questo motivo.

Ma c’era anche la volontà di rendere un club locale internazionale. Non vediamo perché i club dilettanti ma anche quelli professionistici devono limitarsi ad una città, una zona. Il Sankt Pauli, per esempio, è un club che non si limita ad Amburgo ne alla sua categoria.

In più l’attività quotidiana sui social ha fatto sì che la conoscenza del nostro club sia ormai a livello planetario.

Di certo, un grosso aiuto lo abbiamo ricevuto dalla FIFA quando il reportage girato nel 2016 è stato distribuito nel mondo intero.

La nostra storia, il nostro progetto internazionale ci ha anche permesso di avere un sponsor tecnico, Le Coq Sportif, che ci segue da ormai 4 anni. Una cosa, sulla carta, impossibile”.

E il legame del Velasca con l’arte?

“Da sempre sentiamo parlare di giocatori che sono dei geni, che vengono paragonati ad artisti famosi del passato in svariati campi. I gesti tecnici sono paragonabili a momenti di alta creatività. Al Velasca questa creatività non si manifesta solo in campo ma dappertutto, dall’identità visiva e sonora agli accessori passando dalle maglie, forse la parte più visibile della nostra dimensione artistica.

Ogni anno, l’artista prescelto ha carta bianca ed esprime il suo genio su questo pezzo di stoffa come fosse una tela bianca dove immortalare e rendere tangibile la propria vena interiore.

Devo dire che avere la fortuna di vedere degli artisti di respiro internazionale immortalare il proprio genio sulle nostre maglie è motivo di grande orgoglio. Ma soprattutto vedere loro (nell’ordine Seneque, Zevs, Jiang li, Tayou, Belgiojoso, Geers) appassionarsi alle nostre gesta, al nostro percorso, ci da sempre di più la spinta a continuare su questa strada.

Ormai consideriamo un onore anche per loro poter dipingere sulla nostra maglia.

La maglia diventa un pezzo unico e quindi entra di diritto nella storia di opere d’arte introvabili nel tempo”.

Qual è il vostro legame con le altre squadre di Milano?

“Le altre squadre di Milano, è innegabile, ci vedevano all’inizio come dei banali sognatori, poi anno dopo anno abbiamo ravvisato anche una certa credibilità e a volte anche un po’ di invidia”.

Quanto è importante per voi il rapporto con il territorio e la cittadinanza di Milano?

“Milano è il nostro fulcro, ci proclamiamo da sempre come la terza squadra di questa città. Non penso che ci potremmo vedere in una qualsiasi altra metropoli, sia per la storia di ognuno di noi, sia anche per le rivalità che nascono con le società che ogni anno andiamo ad affrontare.

E questo lo si può fare solo dando continuità al progetto.

Tante nostre iniziative sono nate e si sono sviluppate a Milano, non necessariamente in un campo di calcio.

Inoltre La torre è qui e non ci poteva essere simbolo migliore per identificarci”.

Quali sono i vostri progetti futuri?

“I progetti calcistici sono quelli di salire di categoria, sempre nell’ottica di un miglioramento continuo e costante.

Come società, di essere solidi e di realizzare tanti e sempre nuovi progetti extracampo da poter sempre rivendicare questa unicità che ci contraddistingue”.

Come ogni settimana, questo è il momento dei saluti!

Vi vediamo già là in spiaggia, stesi sul telo o curvi sulla sdraio, una bella birra fresca affianco, una leggera brezza di mare dal sapore salmastro vi accarezza e nel mentre leggete questo articolo e vi sentite in pace.

O, magari, questo articolo lo state leggendo in ufficio, in tram, o in biblioteca, dopo una stressante giornata di lavoro, in mezzo all’afa e alla calura di una città italiana in estate e vi state vedendo là, sulla spiaggia, alla ricerca spasmodica di un sollievo dal logorio della vita moderna.

Bene, che siate nell’una o nell’altra situazione, Coast2CoastBlog sarà sempre là con voi!

Per cui, non vi resta altro da fare, se non fissare una sveglia alle 12 del prossimo giovedì e venire a scoprire una nuova storia di sport di provincia.

Sempre qui, su Coast2Coast!

Buona estate!

lascia un commento

Your email address will not be published.