La storia della settimana: l’anatema di Bela Guttmann

La storia della settimana: l’anatema di Bela Guttmann

Sono undici le finali europee consecutive perse dal Benfica. Un primato negativo che ormai per i tifosi delle Aquile non è più frutto del caso, bensì la peggiore maledizione nella storia del calcio: l’anatema di Bela Guttmann.

Bela Guttmann: personaggio controverso e carismatico

Nella Budapest di inizio ‘900, nacque da una famiglia di origini ebraiche Bela Guttmann. I genitori, ballerini di professione, avviarono da subito il giovane alla pratica della danza. Nell’epoca dell’impero austro-ungarico il fenomeno calcistico si diffuse rapidamente e Guttmann si fece inebriare e condurre dalla propria passione, preferendo dedicarsi al calcio.

Muove i primi passi della sua carriera in Ungheria, distinguendosi per i notevoli mezzi tecnici di cui dispone. Nel 1919 si trasferisce in una squadra più quotata l’MTK Budapest, società della borghesia austro-ungherese di origini ebraiche, vincendo per 9 anni di fila dal 1916 al 1925, il campionato magiaro.

Successivamente, a causa della dilagante forma di antisemitismo diffusasi in Ungheria, con l’ascesa al potere di Miklos Horthy, Guttmann si trasferisce in Austria accasandosi all’Hakoah di Vienna squadra con uno spirito fortemente sionista. Bela ricorderà questo periodo della sua vita, come uno dei più proficui a livello personale e culturale, con il raggiungimento della laurea in psicologia.

Il suo rapporto con la nazionale magiara non sarà mai del tutto idilliaco. Alle Olimpiadi del 1924, Horthy sceglie di far alloggiare la squadra in un alberghetto dalle condizioni igieniche precarie. Guttmann guida i compagni alla protesta, e dopo aver ucciso e appeso le carcasse dei topi presenti nell’albergo di fronte alle porte dei dirigenti, la squadra scende in campo e si fa battere coscienziosamente per 3-0 dall’Egitto. Questo verrà ricordato come “il grande ammutinamento del 1924“.

Successivamente si trasferì in America dove spese gli anni migliori della sua carriera calcistica e i peggiori a livello economico dopo la crisi del ‘29 restando praticamente al verde. Feci dei buchi neri negli occhi di Abramo Lincoln sulla mia ultima banconota da cinque dollari“, racconterà molte volte. Raccolti i soldi per tornare in Europa, chiude la carriera ritirandosi a 34 anni.

La fuga dallo sterminio nazista

L’Hakoah Vienna diede tanto a Guttmann non solo da calciatore, bensì anche quando appese le scarpette al chiodo. Egli iniziò la propria carriera in panchina proprio nella squadra viennese di origini ebraiche, per poi trasferirsi in Olanda all’Enschede, forse più per sfuggire al nazismo che per interessi sportivi. Tornò successivamente all’Hakoah, per poi accasarsi all’Ujpest in Ungheria, dove vinse scudetto e Mitropa Cup (Champions League dell’epoca).

La degenerante situazione relativa al dilagare del nazismo, paralizzerà la carriera di Guttmann, che si ritrovò a lottare per la vita. Si salvò miracolosamente dall’olocausto, in circostanze mai totalmente chiarite. La prima versione afferma che riuscì a salvarsi venendo internato in un campo di prigionia in Svizzera. La seconda, avallata da più fonti, sostiene che Guttmann riuscì a scappare in Ungheria da un convoglio diretto ad Auschwitz.

Durante l’olocausto morirono vari famigliari di Guttmann, tra cui il fratello maggiore e suo padre. Alla domanda “Come sei riuscito a salvarti?” egli risponderà sempre: “Mi ha aiutato Dio“. Nel 1942 sposò la moglie Marianne e sparì dai riflettori, con varie voci che si rincorsero sui suoi spostamenti. Alcuni sostennero che si rifugiò in Brasile, altri a Parigi, ma mai nessuno ne ebbe la certezza.

Guttmann: Allenatore Vincente e giramondo

Se il Bela Guttmann calciatore era un’autentica stella del calcio magiaro, lo è stato ancora di più il Guttmann allenatore a livello mondiale.

Vinse 6 scudetti in 4 paesi e 2 Coppe dei Campioni, dopo aver toccato 3 Continenti e 14 Paesi diversi. Dopo essere uscito di scena per cause non a lui imputabili, torna in panchina nel 1945 nel Vasas Budapest. Nel 1947 si risiede sulla panchina dell’Ujpest, vincendo il campionato magiaro, per poi guidare il Kispest (il futuro Honved) della giovane promessa Ferenc Puskas.

Qui sorge un curioso aneddoto che ci racconta in breve il carattere di Bela Guttmann. Alla fine del primo tempo di una partita contro il Gyor, il tecnico si arrabbiò con un suo giocatore e gli impedì di tornare in campo nella ripresa: Puskas convinse il compagno a tornare in campo e Guttmann, resosi conto di non avere più in mano lo spogliatoio, fedele al suo motto: Controlla la stella e controllerai la squadra“, scappò in tribuna a leggere un giornale, poi salì sul tram e se ne andò. Non lo rividero più.

Successivamente egli assunse la nomea di allenatore giramondo, sedendosi sulla panchina di Padova, Triestina, Lanerossi Vicenza e Milan in Italia, Quilmes, Apoel e San Paolo. Il motto in riferimento alla sua filosofia di gioco recitava “Non mi interessa se gli avversari segnano un goal, perché noi ne segneremo uno più di loro“.

I risultati ottenuti furono per lo più negativi, e le controversie con la stampa e i presidenti furono all’ordine del giorno. Si congedò dal Milan con una frase che oggi sarebbe stata categorizzata giustamente come omofoba, che recitava: Sono stato licenziato anche se non sono né un criminale, né un omosessuale. Addio“.

L’unica gioia la vittoria del campionato statale con il San Paolo nel 1957.

DalL’inizio dell’avventura in Portogallo all’anatema Guttmann

Tornato in Europa nel 1958, Bela Guttmann si siede in corsa sulla panchina del Porto, conducendo i Dragoes al titolo portoghese nel 1959, dopo una grande rimonta.

Ma l’aspetto economico è stato centrale nella vita e nella carriera dell’allenatore magiaro, e anche in questo caso torna in auge. Egli annuncia l’addio al Porto, dopo aver accennato ad alcune motivazioni climatiche che suonavano come banali scuse, per approdare ai rivali del Benfica. In realtà l’offerta economica della dirigenza benfiquista era molto più alta di quella dei Dragoes.

Qui compirà il capolavoro della sua carriera da allenatore con il 4-2-4. Il protagonista di quei trionfi in campo è sicuramente lui, la “Pantera Nera” Eusebio, arrivato dall’Africa su gentile indicazione di Bauer ex giocatore dell’allenatore magiaro. Bauer trova Bela durante una seduta dal barbiere e li suggerisce l’affare, Guttmann accetta e il Benfica scippa allo Sporting uno dei calciatori più forti della storia.

Sarà l’attaccante di origini mozambicane a far compiere l’impresa più grande alla squadra di Lisbona il 2 maggio 1962 ad Amsterdam. Le Aquile soccombono in finale, dopo il primo tempo, con il Grande Real Madrid, che conduce 3-1 grazie ad una tripletta di Puskas. Ma nell’intervallo lo psicologo Guttmann, striglia i suoi giocatori con una delle sue massime, ottenendo la loro reazione: La partita è vinta. Loro sono morti“.

Il Benfica acciuffa il pari con le reti di Cavém e di Coluna, per poi travolgere i Blancos grazie alla doppietta vincente del giovane centravanti su rigore e calcio di punizione. I lusitani e Guttmann entrano nella leggenda con la seconda Coppa dei Campioni consecutiva. 

L’anatema di Bela Guttmann e il periodo nero delle aquile

Tuttavia, proprio nel 1962, anno del secondo trionfo europeo, le Aquile si piazzano al terzo posto in campionato. La dirigenza esprime il suo disappunto, e Guttmann non esita a rispondere con una delle sue frasi a effetto: “Il Benfica non ha il culo per sedersi su due sedie”.

Il rapporto s’incrina definitivamente quando Guttmann pretende un premio in denaro dalla società, precedentemente pattuito. La dirigenza benfiquista risponde facendo spallucce, scatenando l’ira di Bela. È solo la punta dell’iceberg di un divorzio preannunciato dopo le tre finali di Coppa Intercontinentale, che fu persa contro il Peñarol (vittoria 1-0, sconfitta 5-0 in Sudamerica e ulteriore sconfitta 2-1 nella bella), quando l’allenatore accusò la società di aver organizzato male il viaggio. Il tecnico ungherese va via sbattendo le porte, ma non prima di aver lanciato il celebre anatema Guttmann in due maledizioni: “Da qui a cento anni nessuna squadra portoghese sarà per due volte (consecutive) Campione d’Europa e senza di me il Benfica non vincerà mai una Coppa dei Campioni”. 

Se il primo anatema verrà parzialmente sfatato dal Porto (campione d’Europa nel 1986-87 e nel 2003-04), l’anatema Guttmann continua a tormentare il Benfica e i suoi tifosi. Tra prima squadra e settore giovanile, sono 11 le finali europee perse consecutivamente dai lusitani.

Simbolica l’annata 2012/13, quella che celebrava il mezzo secolo della maledizione. Finale di Coppa di Portogallo persa, sconfitta all’ultimo minuto nello scontro diretto e sorpasso subito dai rivali del Porto alla penultima giornata. E poi qualche giorno più tardi la beffarda sconfitta a 30 secondi dal termine contro il Chelsea, in finale di Europa League.

Se nemmeno la preghiera della Pantera Nera è riuscita a rompere l’anatema Guttmann, l’incubo europeo per i tifosi delle Aquile è destinato a durare per sempre.

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