La storia della settimana: Maradona e Fidel Castro

La storia della settimana: Maradona e Fidel Castro

Diego Armando Maradona non ha mai fatto mistero delle sue posizioni politiche, schierandosi anzi apertamente a favore di molti esponenti di sinistra della politica latinoamericana. Nessuna di queste relazioni ha però avuto una profondità paragonabile alla longeva amicizia con il leader cubano Fidel Castro.

Rivoluzionari, anticonformisti, amici

Per descrivere il rapporto che legò Maradona e Castro, non c’è modo migliore che affidarsi alle parole dello stesso Diego. In un’occasione dichiarò: “Non sono comunista, ma sono fidelista fino alla morte”. Il Pibe de Oro, del resto, era un profondo ammiratore della rivoluzione che, negli anni Cinquanta, aveva affrancato Cuba dall’egemonia statunitense e l’aveva condotta sul binario marxista. Si tatuò addirittura i volti dei due protagonisti dell’epopea cubana: Che Guevara sull’avambraccio destro e Fidel sul polpaccio sinistro.

Dietro la comunanza di ideali che avvicinò due tra le figure più emblematiche della storia recente dell’America Latina, però, c’era anche altro. Un legame di stima reciproca e di profonda e sincera amicizia, soprattutto nelle difficoltà. Appare dunque un tragico scherzo del destino il fatto che entrambi ci abbiano lasciato in un 25 novembre, a distanza di quattro anni l’uno dall’altro.

I primi incontri

I due si conobbero proprio a Cuba nel 1987. Maradona aveva appena vinto il Mondiale messicano dell’86 da capitano e trascinatore. Si era recato sull’isola per ritirare il premio di miglior atleta latinoamericano, assegnato dall’agenzia di stampa cubana Prensa Latina. Fu in quell’occasione che incontrò per la prima volta Castro. I due scambiarono alcuni ricordi di quella visita: Diego portò in dono una maglia dell’Argentina, Fidel ricambiò il favore con uno dei suoi iconici berretti.

I due discussero per ore, proponendo idee e pensieri su un mondo che vedevano in maniera molto simile. Castro non si interessava di calcio (era invece un grande appassionato di baseball). Tuttavia, non poté non riconoscere un certo carisma nel Pibe de Oro. Che, dal canto suo, rimase ancor più estasiato da quell’incontro. Al rientro dalla sua visita, dichiarò: “I cubani sono guidati da un fenomeno, quando l’ho incontrato mi è sembrato di toccare il cielo con una mano. In quel paese non ci sono ragazzini scalzi”. Il riferimento alla miseria in cui era nato e cresciuto in Argentina è fin troppo evidente.

Negli anni Novanta le visite di Maradona a Cuba si fecero sempre più frequenti, soprattutto dopo la squalifica per doping rimediata in USA nei Mondiali del ‘94. Entrambi vedevano la sanzione come una rappresaglia dei poteri forti del calcio (ma anche dell’anticomunismo statunitense) contro il campione più eversivo e anticonformista.

La disintossicazione a Cuba

Si può senza dubbio dire che l’amicizia di Castro abbia salvato la vita a Maradona. Nel 2000, il Pibe era fisicamente e psicologicamente devastato dalle sue dipendenze. Nessuna clinica argentina voleva sobbarcarsi un caso quasi impossibile con il suo, con il rischio di finire sotto i riflettori come “il luogo della morte di Maradona”. Fidel, invece, lo invitò a L’Avana per disintossicarsi con l’aiuto delle eccellenze sanitarie cubane.

Diego ha recentemente ricordato quel gesto: “Mi ha aperto le porte di Cuba, e mi ha aperto le porte del suo cuore”. Il Líder Máximo dimostrò tutta la sua vicinanza con lunghe telefonate e numerose visite in ospedale Il medico Alfredo Cahe, che seguì le cure di Maradona per cinque anni circa, riconobbe gli effetti terapeutici di questi contatti. Il Pibe non riuscì però a trovare nemmeno a Cuba la tranquillità di cui avrebbe avuto bisogno. C’era troppo clamore intorno a lui. Ciò ostacolava il suo percorso di riabilitazione, sia il lavoro dei medici. Gli effetti positivi del periodo a L’Avana furono tuttavia innegabili. Maradona fu reso nuovamente presentabile.

L’INTERVISTA

Il campione argentino, dal canto suo, ringraziò pubblicamente Castro in più occasioni. Lo inserì in prima fila tra le dediche della sua autobiografia del 2004, Yo soy el Diego. In diverse interviste raccontò tutto ciò che aveva fatto per aiutarlo, definendolo “un secondo padre”. Soprattutto, nel 2005 lo intervistò per il suo programma trasmesso sulla tv argentina, La Noche del 10. Le immagini sono ancora disponibili per tutti su Youtube. Colpiscono la colloquialità e l’informalità del confronto tra i due, che scambiano battute e risate e concludono addirittura con un siparietto con un pallone. Una confidenza che Castro raramente aveva concesso nelle sue apparizioni pubbliche.

GLi ultimi anni

Diego e Fidel si incontrarono diverse altre volte e si scrissero diverse lettere. Alcune furono anche pubblicate nel 2015, dimostrando il lato più umano e sincero dei due amici. Il Pibe volle dedicare la prima puntata della seconda stagione di un’altra trasmissione da lui condotta, De Zurda, alla “bella Cuba di Castro”. Stavolta quest’ultimo non partecipò per via dei suoi problemi di salute. Vennero comunque intervistati altri personaggi della storia rivoluzionaria cubana, come il figlio del Che.

Il 25 novembre 2016, come detto, Castro morì. Maradona accolse la notizia con estremo dolore, descrivendo il momento come il più triste dopo la perdita dei suoi genitori. Si recò personalmente a Cuba per omaggiare la scomparsa del suo vecchio amico.

Non meno tragica è stata la morte di Diego per Cuba. Nel mare di articoli e cerimonie di commemorazione per l’anniversario della dipartita del leader rivoluzionario, autorità e media hanno dedicato ampio spazio anche al ricordo di Maradona. Granma, organo di stampa ufficiale del Partito Comunista cubano, ha dedicato un lungo articolo di commemorazione e addirittura una poesia al campione argentino. L’attuale presidente Díaz-Canel Bermúdez lo ha voluto invece ricordare con il tweet seguente.

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